Riina resta in carcere

Riina in carcere

In un altro luogo non potrebbe ricevere cure e assistenza…

In un altro luogo non potrebbe ricevere cure e assistenza migliori dell’ospedale di Parma dove è detenuto al 41 bis da gennaio 2016, ricoverato nel reparto riservato ai carcerati. Lì Salvatore Riina resterà perché, secondo il tribunale di Sorveglianza di Bologna, è “palese” la “assoluta tutela del diritto alla salute sia fisica che psichica” dell’86enne boss, mai pentito, ancora pericoloso e “in grado di intervenire nelle logiche di Cosa Nostra”. I giudici, con un provvedimento di dieci pagine, depositato dopo l’udienza del 7 luglio proprio nel giorno del 25/o anniversario della Strage di via D’Amelio, per cui Riina sconta uno degli ergastoli a cui è condannato, rigettano le istanze di differimento della pena per le condizioni di salute. Alla richiesta si era opposto il procuratore generale Ignazio De Francisci, che fece parte del pool di Falcone e Borsellino. Il difensore di Riina, l’avvocato Luca Cianferoni, annuncia un nuovo ricorso in Cassazione. Era stata infatti la Suprema Corte a inizio giugno ad aprire uno spiraglio, suscitando anche polemiche, con un rinvio alla Sorveglianza e la richiesta di motivare meglio la compatibilità con il regime carcerario e la pericolosità. Punti che i giudici bolognesi hanno affrontato e sciolto uno a uno. Riina ha sì molte malattie, alcune legate all’età, ma è assistito quotidianamente con “estrema attenzione e rispetto della sua volontà, al pari di qualsiasi altra persona che versi in analoghe condizioni fisiche”. Condizioni che non riducono il pericolo: Riina è “vigile” e “lucido” e non è cambiato. Lo dimostra un colloquio videoregistrato, il 27 febbraio, con la moglie Ninetta Bagarella. “Io non mi pento…a me non mi piegheranno” e “Io non voglio chiedere niente a nessuno … mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni”, le sue parole. Espressioni significative di un ravvedimento e di una presa di distanza dal passato che non ci sono, almeno secondo gli atti giudiziari. “Non ha mai palesato – scrivono i giudici (relatore Manuela Mirandola, presidente Antonietta Fiorillo) – neppure un atteggiamento di mero distacco né dai delitti commessi, né dalle logiche culturali che contraddistinguono la criminalità organizzata di tipo mafioso”. L’impossibilità di perseguire la finalità rieducativa della pena è conseguenza, pertanto, di una sua scelta e non delle condizioni fisiche. Che non sia scalfito dagli anni il ruolo di vertice di Riina, a cui proprio in mattinata i Carabinieri hanno sequestrato beni per oltre un milione, lo dicono i colloqui intercettati, da cui emerge un fermo atteggiamento di disprezzo e delegittimazione per i collaboratori di giustizia, pagati, afferma l’anziano boss, per dire il falso. Nonostante l’età, dunque, non ci sono margini per applicare una misura alternativa, si legge nell’ordinanza, che ha la condivisione del presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, tenendo conto che in una casa di cura, dove la difesa aveva chiesto la detenzione domiciliare, gli verrebbe prestata la medesima assistenza di cui beneficia. La sua complessiva situazione, dunque, non solo non viola il diritto a morire in condizioni di rispettabilità e decoro, ma non costituisce neppure “una prova di intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione”.

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