Inaugurata a Noto la mostra “Novecento, da Pirandello a Guccione”

NOTO (di Elisa Montagno) – Duecento opere, esposte al Convitto delle Arti, in un corpus il cui titolo è un manifesto: “Novecento, da Pirandello a Guccione, Artisti di Sicilia”.

E’ stata inaugurata a Noto la grande mostra curata da Vittorio Sgarbi dove si omaggia Piero Guccione e il Gruppo di Scicli. La giunta Giannone ha ceduto per dieci mesi l’olio su tavola di Salvatore Paolino della collezione comunale di Palazzo Spadaro alla mostra netina. Alla inaugurazione ha presenziato il vicesindaco di Scicli, e assessore alla cultura, Caterina Riccotti. In esposizione anche la Vucciria di Renato Guttuso, quadro famoso in tutto il mondo, che ha lasciato Montecitorio per approdare a Noto Del Gruppo di Scicli sono esposti: un olio di Giuseppe Colombo, uno di Carmelo Candiano, uno di Franco Polizzi, un olio e due pastelli di Piero Guccione. “Da ragazzo, quando l’avanguardia travolgeva tutto, io mi accorsi del Gruppo di Scicli, e intuii già allora che l’arte italiana era soprattutto arte siciliana, così come la letteratura Italiana del Novecento è letteratura siciliana: Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati, Tomasi di Lampedusa. Questo vale anche per la pittura: Piero Guccione, Franco Polizzi, pittori meravigliosi che lasciano Roma per tornare a Scicli, e guardano la natura dell’uomo restituendo un’immagine di assoluto che nelle tele di Piero fa pensare all’Infinito di Leopardi davanti al mare. La scuola di Scicli mi era sembrata, negli anni Sessanta, Settanta, quando le avanguardie cominciavano a mostrare qualche incrinatura, una apertura a un’idea di ritorno alla pittura, e alla pittura figurativa, che oggi è il solco degli artisti più importanti al mondo: da Francis Bacon a Lucian Freud. Ma ho scoperto anche Giovanni Lissandrello, e i palermitani Andrea Di Marco, Fulvio Di Piazza, Francesco De Grandi, e Alessandro Bazan, pittori straordinari. Ecco, il primato siciliano diventa primato italiano, perché volto al paesaggio, al concetto guccioniano di Infinito, alla vitalità del mondo”. Prosegue Sgarbi: “Tutto il Novecento è un secolo senza Dio nella pittura. Il primo quadro di questo secolo è Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, un’opera del 1902, dove la pala d’altare non è più verticale, come nella tipica composizione che auspica che Dio ci aiuti, ma orizzontale, dove se Dio c’è -e Dio c’è- è nella coscienza di ognuno, e nessuno chiede aiuto al Cielo, in quel quadro, alzando la testa, cercando un intervento Superiore. Il Novecento è senza Dio in De Chirico, Morandi, Picasso, Meloni, non perché noi siamo come gli islamici, che non riescono a rappresentare ciò che non capiscono. Noi, a differenza loro, abbiamo Cristo, che è un uomo, è racconto, storia viva, e l’arte è il suo specchio, il Cristianesimo è la religione di un uomo che racconta Dio, e in questo nessun pensiero religioso è riuscito a esprimere tanta bellezza nella arti, nella musica, nell’architettura, nella pittura, e nella letteratura (pensate a Dante) come il Cristianesimo. Ecco perché gran parte dell’arte italiana e occidentale è arte sacra, cristiana. Un tema importante che in questa mostra decliniamo secondo la lettura novecentesca”.

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